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L’assenza di una dimensione corporea
Relativamente alla prima proprietà, osserviamo che l’assenza di una dimensione corporea pone un limite alle pretese conoscitive del navigatore, in quanto il corpo, condizione necessaria dell’esperienza, é il soggetto della percezione (Merleau-Ponty, 1945).
Pertanto il corpo assente, che si presenta nei social networks attraverso fotografie e video, non percepisce direttamente l’esperienza digitale ma diviene il depositario indiretto dei pensieri maturati dall’internauta nel corso delle sue attività: chattare, pubblicare messaggi, taggare foto.
Il taggare è la funzione di segnalare la presenza di una persona all'interno di una foto oppure di un video.
Questa scissione tra la res cogitans (il pensiero) e la res extensa (il corpo) può in molti casi produrre una conoscenza parziale, confusa e ambigua della realtà vissuta, in quanto la mente (on line) pensa l’esperienza che il corpo (off line) non ha contribuito a conoscere.
Inoltre l’impossibilità di vedere il corpo degli altri internauti e di interpretare i loro stati emotivi, a causa dell’assenza della comunicazione non verbale (Esempi di comunicazione non verbale sono gli sguardi, le espressioni, i gesti, gli atteggiamenti, le posture) può facilmente creare, durante le interazioni on line, basate sulla scrittura, un dubbio interpretativo che non viene mai del tutto risolto con l’uso delle emoticons.
Le emoticons o smiley, in italiano faccine, sono riproduzioni stilizzate di quelle principali espressioni facciali umane che si manifestano in presenza di un'emozione (sorriso, broncio, ghigno, ecc.).
Vengono utilizzate prevalentemente in Internet, nei programmi di messaggistica chat e negli SMS, per sopperire alla mancanza del linguaggio non verbale nella comunicazione scritta. Il nome nasce dall'accostamento delle parole "emotional" e "icon".
Ed infatti la scissione mente-corpo e l’impossibilità di osservare la comunicazione non verbale tendono a generare sintonizzazioni imperfette ed equivoci che possono facilmente sfociare nella conflittualità. Per Stern le sintonizzazioni imperfette si riscontrano nei casi in cui la madre non incontra l'emozione del bambino o non è in grado di condividerla (Stern, 1987).
Se poi aggiungiamo la percezione di invisibilità, “Tu non puoi vedere me” e la mancanza di feedback tangibili, “Io non posso vedere te”, risulta comprensibile il rischio di esplosioni incontrollate delle emozioni (acting out), come è testimoniato dall’aumento in questi ultimi anni dei reati di diffamazione inoltrati alla Procura della Repubblica da parte di giovani internauti che lamentano di essere stati insultati, calunniati e offesi nei social networks dai loro conoscenti e compagni di scuola.
Esempio: Antonio (15 anni) e Federica (16 anni) sono due compagni di scuola che il pomeriggio si incontrano nella chat di un social network per parlare delle loro esperienze scolastiche.
Federica P: __ke figura di merda hai fatto
Antonio: __ke vuoi?Antonio: __si ma l’hai fatta tu, dici alla gente di calmarsi, ma poi
Antonio: __va be, devo fare la tavola, non posso farmi rompere i coglioni da te…. Ciao, ti voglio bene
Federica P: __ma si tu ke rompi il cazzo!
Antonio: __ah busta di piscio
Federica P: __ma sta zitto che ti odiano tutti
Antonio: __stai solo ke zitta
Federica P.: io sarò pure busta anke se nn è vero ma…. Almeno sn ben voluta
Federica P.: __a me i miei mi adorano ………
Antonio: __busta e pure stupida
Federica P.: __ te ciccione e pure esiliato
Dalla lettura della chat, risulta evidente che l’impossibilità di vedere il corpo e di interpretare gli stati emotivi, ha generato nei due studenti un dubbio interpretativo che non è stato risolto con l’uso delle emoticons. Ed infatti la bonaria presa in giro di Federica (“ke figura di merda hai fatto”), inizialmente accettata da Antonio, ha scatenato un’escalation di insulti culminati in un pesante conflitto.
La modificabilità delle caratteristiche di riconoscibilità
Non vincolato dalla presenza del proprio corpo, l’internauta ha anche la possibilità di “creare” numerose identità virtuali e modificarle quando e come lo ritiene più opportuno, decidendo ad esempio le caratteristiche del suo aspetto esteriore (l’identità fisica rappresentata dalle foto pubblicate), l’appartenenza sessuale (l’identità sessuale e di genere desiderata), la tipologia di lavoro o scuola frequentata (l’identità sociale dichiarata in bacheca) e la definizione delle qualità di funzionamento della personalità (l’identità psicologica che intende assumere).
E tutto questo lo potrebbe fare in poche ore, caricando nel profilo del social network numerose foto, video e qualche commento sulla propria vita reale. In questo modo, quando l’identità virtuale diviene sgradita o per un qualsiasi motivo è compromessa, l’internauta ha la possibilità con pochi clic del mouse di ritoccarla o sostituirla, alienando le parti indesiderate. Si tratta dunque di un’identità “usa e getta” che può essere creata, modificata ed eliminata secondo le necessità e gli obiettivi da raggiungere.
Esempio: Marta P. è una ragazza di 17 anni che nel profilo di un social network ha pubblicato le foto delle sue sfilate di moda. In poco tempo moltissimi uomini le hanno chiesto l’amicizia, lasciando commenti talvolta volgari e offensivi nella sua bacheca. Supportata emotivamente da un amico, la ragazza ha costruito uno nuovo profilo, denominato “Marta P. new”, nel quale non ha più pubblicato le fotografie artistiche e soprattutto non ha accettato l’amicizia di sconosciuti.
Federico è un uomo di 40 anni che ha pubblicato in un social network un profilo ufficiale nel quale descrive la sua vita di affermato dirigente di un’importante azienda italiana ed uno segreto nel quale, ritraendosi con abiti femminili, scrive: “Sono un crossdress appassionato di bdsm che ha il duplice ruolo di master e mistress. Mi piace dominare schiave/i, mistress e dee. Uomini solo alle feste...Prendersi cura della propria donna... che ti ha affidato il suo corpo e la sua mente...stimolare le sue fantasie... farla sentire unica...”.
La capacità sociale di stringere relazioni.
L’identità virtuale ha inoltre la possibilità di stringere relazioni affettive, ludiche e professionali, chiedendo l’amicizia a navigatori conosciuti, semi sconosciuti (perché amici di amici) o completamente sconosciuti.
Talvolta il friending, cioè l’atto di chiedere l’amicizia a qualcuno nei social networks e che può essere accettato o rifiutato, dell’identità virtuale può diventare un gesto ripetitivo dell’internauta e quindi l’espressione del nichilismo, cioè l’assenza di valori e modelli di riferimento, che stimola le persone a costruire relazioni superficiali ed opportunistiche.
Ed infatti, la ricerca incessante di amici può facilmente comportare un processo di reificazione dell’altro, che da persona da conoscere, comprendere, ascoltare, diventa una cosa da usare per l’appagamento dei propri bisogni e poi bannare quando non serve più. Il termine ban si riferisce ai meccanismi che consentono di vietare l'accesso e/o l'interazione con gli altri a un determinato navigatore on line.
Esempio: Antonio è un ragazzo di 16 anni che ha 350 amici on line. Intervistato dallo psicologo della scuola ha precisato di conoscerne solo 50. Gli altri sono amici di amici che “ho inserito nel profilo per apparire importante. Con molti di loro non ho mai chattato.
In realtà …… "ho soltanto 6 amici fidati con i quali mi incontro non solo on line ma anche nella vita reale!”.
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